Stranger Things

Perché vedere: Stranger Things di Netflix

Come con Game Of Thrones, mi sono avvicinato a Stranger Things molto tardi rispetto al resto dei miei amichetti millenial. Non so se lo avete capito ma quando qualcosa va di moda, difficilmente seguo la massa e, se lo faccio, solitamente passa un po’ di tempo.
La prima volta che ho avuto a che fare con Stranger Things è stato durante il test per diventare traduttore Netflix. No, ovviamente non mi hanno preso, ma in compenso ho trovato una delle mie serie tv preferite dai tempi di The O. C.
Ero molto titubante riguardo questa serie proprio per il boom iniziale che ha avuto, reduce della brutta esperienza con Game Of Thrones, che ho lasciato alla prima stagione, non volevo fidarmi di nuovo di quello che i miei amici malati di serie tv dicevano. Poi però mi è stato detto: “Hai presente i film che facevano d’estate su Italia1 nei quali i protagonisti erano bambini con superpoteri? Ecco, Stranger Things è esattamente la stessa cosa!”. Ovviamente chi avevo di fronte era ignaro del fatto che il sottoscritto è cresciuto con i film Giffoni e che durante i tre mesi estivi la mattina non uscivo di casa per non rischiare di perdermene uno e, ovviamente, chi avevo di fronte si sbagliava: Stranger Things è molto di più.

 

La trama

Ambientato negli anni ottanta a Hawkins, fittizia cittadina dell’Indiana, Stranger Things narra le vicende di un gruppo di quattro amici+1: Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Lucas (Caleb McLaughlin), Will (Noah Schnapp) e Eleven (Millie Bobby Brown). Le altre figure portanti sono: Joyce (madre di Will), Jim Hopper (capo della polizia di Hawkins), Nancy e Jonathan (rispettivamente i fratelli di Mike e Will) e Steve (fidanzato di Nancy).
La prima stagione inizia con la scomparsa di uno dei quattro ragazzi e l’apparizione di una sconosciuta con poteri psichici fuggita da un laboratorio segreto. Tra mondi nascosti, creature da sconfiggere e superpoteri, in due stagioni, si fanno nuove scoperte, si danno risposte a interrogativi posti nelle prime puntate e si creano nuovi legami. E qui mi fermo perché ogni parola potrebbe essere un potenziale spoiler. Quindi per cercare di farvi un’idea vi lascio i promo di entrambe le stagioni:

 

 

Perché vederlo

  • Il mondo sconosciuto e i superpoteri. Mi rivolgo a tutti i nerd del mio cuore: questa serie vi darà grandi soddisfazioni a livello fantascientifico. Tutto quello che di nerd state pensando, è presente. Partendo dai protagonisti stessi.
  • L’atmosfera. Gli anni ottanta non sono mai stati così ben rappresentati come in Stranger Things. Le giacche di pelle, i pantaloni a vita alta, la lacca per capelli, le macchine, i Walkman, gli stereo, sono un omaggio allo stile e al cinema degli anni ottanta che ho molto apprezzato. Complici anche fotografia e location.
  • I capelli di Joe Keery (Steve Harrington). Parliamone. Sono la cosa più anni ottanta di tutta la serie e io ovviamente li amo. Come un’opera architettonica naturale che non può essere spiegata a parole. Sono anche certo che quel ciuffo possa essere tranquillamente riconosciuto dallo spazio.
    In una parola: iconico.

  • La crescita. Quando viene data la possibilità a noi spettatori di essere testimoni della crescita dei personaggi e, di conseguenza, di crescere con loro, ne vale sempre la pena. In questa serie tutto ciò accade dalla prima stagione e ovviamente, trattandosi di un gruppo di ragazzi credo che come processo sia inevitabile in quanto naturale, ma anche i personaggi che pensavamo di avere inquadrato e che avessero caratteri ben definiti ci hanno lasciato a bocca aperta facendoci cambiare completamente idea.
  • Le Ship. Ho shippato più personaggi in queste due stagioni di Stranger Things che in tutta la mia vita. Andiamo per ordine: Hopper e Joyce, Mike e Eleven, Lucas e Max, Nancy e Steve, Nancy e Jonathan, la madre di Mike e il fratello di Max. Ad un certo punto credo di essere arrivato persino a desiderare che un Demogorgone se la facesse con un personaggio a caso.
  • La colonna sonora. Il punk-rock sporco, quello delle creste che sfidano la gravità, dell’headbanging e dei capi in pelle rigorosamente attillati. Grazie a Michael Stein e Kyle Dixon che si sono occupati della musica creando canzoni inedite appositamente per la serie ma grazie anche ai classiconi come Should I Stay Or Should I Go dei Clash inserite appositamente per farci sentire più nostalgici.
  • La svolta punk. Sto parlando della seconda stagione e in particolar modo del nuovo stile “bitchy” di Eleven. Se anche voi siete nati negli anni ’90 so per certo che avete sotto la pelle un piccolo e fiero animale punk nascosto e pronto ad uscire in qualsiasi momento – sappiate che sono fiero di voi per questo.
  • L’amicizia. I registi di Stranger Things hanno fatto un ottimo lavoro nella rappresentazione delle basi dell’amicizia. In due stagioni ho percepito tutto quello che amicizia dovrebbe significare: lealtà, unione, appartenenza, sincerità, innocenza, fiducia, protezione, amore. E qualche volta ci ho anche pianto.

 

Perché non vederlo

  • La durata. Dovete garantirmi puntate pregne di avvenimenti tanto da non farmi staccare gli occhi dallo schermo oppure puntate da massimo 45 minuti. Lo so, è un mio limite personale, so che sono solamente 8/9 puntate a stagione e so anche che non deve necessariamente finire il mondo ogni 5 minuti, ma qualche puntata è stata difficile da superare.
  • Le urla. Praticamente nella prima stagione non esistono dialoghi ma ci si urla quasi sempre addosso e nella seconda stagione… si continua. Non fraintendetemi, capisco che il tutto serva per creare più suspense e pathos e devo ammettere anche che gli attori, soprattutto i più giovani, sono stati bravissimi in questo, ma in alcune scene specifiche mi è sembrato un po’ ripetitivo e forzato.
  • L’elemento melodrammatico. A tratti mi sentirei di definire Stranger Things un teen drama; torniamo sempre al discorso delle urla seguite da svenimenti e crisi di pianto.

 

In conclusione

Stranger Things è una serie che diventa cult dalla prima puntata. In tutto, l’elemento più forte è sicuramente il legame che si riesce a creare con il pubblico tramite piccoli dettagli che rendono la serie riconoscibile ovunque e a chiunque: le lucine di natale, la parete con le lettere dell’alfabeto, i waffle – tutto molto pop.
La mia generazione mi capirà quando dico che arriva un momento in cui tutti abbiamo bisogno di sentirci di nuovo bambini. Storie di superpoteri, di “nulla di male può capitarci finché restiamo uniti”, di mondi paralleli e idee che non sono accessibili a tutti. Quando cresci tutto questo svanisce, ecco perché mi sento in dovere di ringraziare chi ci dà la possibilità di riviverlo da capo: i viaggi in bicicletta con sottofondo il ronzio elettrico dei cervelli dei tuoi amici in continuo movimento, sempre a creare, sempre e a sognare, la bellissima sensazione di appartenere a qualcosa di più grande, la continua lotta contro il mondo, perché quando sei adolescente sei convinto che ogni ostacolo non sarà mai grande abbastanza da poterti fermare e ogni guerra non sarà mai persa se combattuta fino in fondo.
Eri più grande di qualsiasi cosa, eri più forte e anche adesso che non sei più un adolescente continui a credere in tutto questo.

 

-N

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